I vini visti e commentati da uno che un po' se ne intende... e un po' no!!!
Quando un Brunello di Montalcino è fatto bene non ce n’è per nessuno. Questa è la frase che mi è frullata in testa durante la cena di sabato scorso, quando abbiamo assaggiato a distanza di due anni dalla prima volta il Brunello di Montalcino RISERVA 1999 del produttore Soldera. Un campione assoluto, non c’è che dire, un vino memorabile che ora sembra essere giunto al grado di affinamento ottimale.
Già nel bicchiere mostra un rosso rubino vivo e brullante ma per niente carico, quindi proprio quello che ci si deve attendere da un vino di 10 anni prodotto con sola uva sangiovese (e per la precisione con il clone “grosso” o Prugnolo Gentile).
Al naso ha mostrato una gamma di profumi intensi, ma finissimi ed elganti, senza una sola stonatura, in cui hanno prevalso dapprima dolcissime note floreali di rosa rossa e di viola, poi in seconda battuta accompagnate da ciliegia matura e amarena. Incredibile l’intensità così forte ma mai invadente, segno di avere a che fare anche in questo caso con un assoluto fuoriclasse. Qualcuno si è addirittura azzardato ad affiancare la gamma olfattiva a quella di un grande Borgogna... e francamente non riesco a dargli torto!
All’assaggio ha rivelato un aspetto differente rispetto ai profumi, con una prevalenza anche qui di ciliegia e marasca, accompagnata splendidamente da sentori di mora e altra frutta rossa matura. La struttura è presente ma non dominante, con tannini leggerissimi che scivolano via come “vellutati” sulla lingua. Presente anche una vena di dolcezza davvero piacevole che si amalgama benissimo a tutte le altre componenti.
C’è poco da dire… esisteranno sul mercato tanti prodotti mediocri che si fregiano dell’appellativo di Brunello di Montalcino, e magari il loro prezzo è comunque spinto a cifre gonfiatissime da avidi produttori, ma quando questa zona della provincia di Siena decide di dare il meglio di sé (come nella bottiglia di cui vi sto raccontando) ne vengono fuori prodotti unici di una qualità eccelsa e si capisce davvero quali siano i veri portabandiera che hanno fatto grande l’enologia italiana nel mondo.
Tranquilli... il titolo non si riferisce a nulla di "pornografico"!!! 
Qualche post indietro avevo indicato l’amarone della Valpolicella come il miglior abbinamento con i formaggi stagionati, e lo riconfermo in pieno. Ma in assoluto con i grandi formaggi “erborinati”, ovvero quelli che vedono la presenza della muffa chiamata penicillium roqueforti, che dona con le sue spore le famose venature verdi/azzurre di alcuni formaggi famosi, l’abbinamento perfetto si ha con i grandi sauternes.
Quest’ultimi, per chi non lo sapesse, sono dei vini bianchi francesi prodotti nelle vicinanze di Bordeaux, prodotti con uve i cui acini vengono fatti attaccare dalla muffa chiamata botrytis cinerea (dagli addetti ai lavoro chiamata amichevolmente “muffa nobile”), la quale dona particolari aromi ed una dolcezza naturale al vino da rendere i sauternes probabilmente i migliori vini dolci al mondo. La scoperta delle proprietà incredibili di questo micro-organismo sembra sia avvenuta in maniera casuale fin dal Medioevo. Pensate che la prima testimonianza scritta di vini prodotti con uve attaccate da muffa nobile risale alla vendemmia del 1660 nel podere del famosissimo Chateau d’Yquem.
Questi vini, se bevuti giovani sono estremamente dolci e mielosi, forse anche troppo stucchevoli, ma dopo alcuni anni di invecchiamento in bottiglia, modificano tale aspetto per diventare, seppur comunque tendenzialmente dolci, vini con espressioni e sfumature incredibilmente variegate e particolari.
Quindi ecco l’occasione di una cena proprio in compagnia di alcuni formaggi erborinati (per la precisione un “Blu del Monviso”, un “Raschera” di media stagionatura ed un “Blue Stilton” inglese), che ci ha fatto stappare un sauternes 1er cru CHATEAU GUIRAUD 1990. Si tratta di uno dei grandi fuoriclasse dell’enologia mondiale e non ha tradito le aspettative!!!
Fin da prima dell’apertura (la bottiglia è di vetro incolore, quindi si poteva notare molto bene) ha mostrato una tonalità ambrata carica che faceva presagire una concentrazione notevole.
Al naso ha liberato dolcissimi profumi di miele (oserei addirittura precisare miele di castagno o di cardo), di mandorle e fichi secchi, accompagnate da un sottofondo floreale, in cui prevaleva l’acacia, molto intensi ma allo stesso tempo eleganti, in cui nessuna delle sfumature mostrava un benché minimo accenno di eccesso o stonatura.
Al gusto ha mostrato una concentrazione e un’intensità memorabile… personalmente direi nella sua categoria seconda solo allo Chateau d’Yquem 1986 che ho assaggiato qualche anno fa’ (e che per il momento rimane ancora irraggiungibile!!!). Si sente più che presente la naturale e piacevolissima dolcezza, accompagnata da sentori amandorlati, di frutta secca, spezie e miele, tutto perfettamente amalgamato e di notevole intensità (ma, badate bene, mai senza armonia). Il finale è lunghissimo con un sentore di mandorla che rimane in bocca per interi minuti dopo il sorso.
Un grande vino, sicuramente non economico, ma che vale il suo prezzo. Si è sposato alla grande con altrettanto grandi formaggi, a testimoniare ancora una volta quanto i prodotti tipici siano un bene da difendere e promuovere.
Ogni tanto capita di avere a che fare con qualche vitigno “inusuale”, e questo suscita sempre in me una grandissima curiosità. Per questo appena ho avuto modo di acquistare e stappare il WILDBACHER 2006 dell’azienda dei Conti di Collalto non mi sono lasciato scappare l’occasione.
Si tratta di un’uva a bacca rossa (blauer wildbacher, appunto) originaria della Stiria, in Austria, che qualcuno della famiglia dei Conti di Collalto ha importato e piantato nella loro tenuta nell’alta pianura trevigiana.
Il vino in effetti si è rivelato molto diverso da quelli fatti con le uve che conoscevo finora, e nel complesso il giudizio è positivo.
Innanzitutto ha mostrato un colore blu scuro quasi impenetrabile, che mi aveva quasi fatto pensare ad un vino polposo ed iper-tannico, forte e astringente… Infatti spesso gli antociani (responsabili della colorazione dei vini rossi) si accompagnano parallelamente ai tannini (i responsabili dell’effetto “astringente” dei vini rossi), invece si è mostrato sorprendentemente morbido.
Al naso ha rivelato sentori molto fini di viola e mirtillo, per niente aggressivi, anzi potrei dire quasi scarichi di intensità, ma forse questo era dovuto alla temperatura non perfetta a cui ho effettuato l’assaggio (il vino era, probabilmente, ancora un po’ freddo).
In bocca invece si è mostrato discretamente elegante, con una leggera ma perfettamente indivuabile predominanza di mora matura, accompagnata da un sottofondo leggermente erbaceo. L’astringenza del tannino non si è mostrata prorompente come mi aveva inizialmente suggerito il colore intenso, invece si è rivelata lieve e solo immediatamente prima del sorso.
Diciamo che non si tratta di un grande vino, non ha rivelato né grandi sfumature, né una particolare intensità nelle sensazioni, ma di certo si tratta di un prodotto ben equilibrato, senza difetti rilevanti e di facile abbinamento anche con portate relativamente “semplici”.
Se poi teniamo conto che è costato meno di 5 euro a bottiglia, direi che l’acquisto è stato proprio ben fatto.
L’occasione era quella giusta: brindare all’auto nuova (anzi… no… pardonnez-moi… è usata…). Abbiamo stappato e brindato con uno champagne discretamente buono, che però non è il vino di cui volevo raccontare oggi, d’altronde… ubi maior…
Infatti siamo rimasti in terra d’oltralpe per provare uno dei miti in bottiglia dell’enologia mondiale, il mitico CHATEAU LAFITE ROTHSCHILD 1er cru classé Pauillac annata 2002.
Si tratta di un taglio di cabernet franc, cabernet sauvignon e (in minor quantità) merlot e petit verdot. Come dicevo, è considerato uno dei più grandi vini al mondo, ed infatti la sua fama è stata ben dimostrata “sul campo”.
Purtroppo ero un po’ raffreddato quella sera, ma la qualità e il livello di questo vino si sono fatti notare anche se i miei sensi non erano al 100%.
Dal colore si è mostrato di un bel rosso rubino non particolarmente carico ma ben limpido. Appena aperto spiccava un dolcissimo profumo di liquirizia accompagnato da un sentore speziato, poi, man mano che passavano i minuti sono stati sempre più pareggiati da ciliegia sotto spirito e lampone. Quello che ha colpito particolarmente è stata la finezza e l’eleganza nei profumi; non ce n’è stato nemmeno uno che si mostrasse predominante o aggressivo, anzi... i sentori che salivano dal bicchiere facevano l'effetto di una lieve brezza marina in una giornata afosa... un vero piacere!!! Purtroppo credo di essermi perso molte piccole sfumature o note di contorno ai sentori principali, d’altronde il raffreddore è il peggior nemico del degustatore!!!
In bocca ha confermato l’estrema finezza e si è mostrato per niente invasivo, con tannini morbidi e ben amalgamati agli altri aromi. Anche qui si sono fatti sentire dapprima la ciliegia e poi di contorno la speziatura e il finale di liquirizia che si era fatto sentire all’inizio. In questi grandi vini, va sottolineato come la morbidezza e la sensazione “vellutata” sulla lingua non siano date dal calore dell’alcool ma dal grandissimo equilibrio che è stato ottenuto tra tutte le componenti del vino (infatti la sua gradazione è del 12,5%). Elegantissimo e per niente aggressivo dall'assaggio fino all'ultimo sorso, con un'evoluzione che lo ha portato a migliorare di minuto in minuto man mano che passava il tempo.
Anche in questo caso devo confermare di aver avuto a che fare con un vero fuoriclasse.
Il capodanno è l’occasione in cui si brinda tradizionalmente all’anno nuovo, e per noi appassionati è il momento in cui si stappa qualche grande bottiglia. Il titolo richiama sicuramente il fatto che abbiamo bevuto molto bene, ma anche, tra l’altro, che qui da noi, ha nevicato parecchio quella notte. Comunque in questo blog parliam di vino e non di meteo…
Anche in questo caso devo ringraziare un caro amico (nonché nostro “maestro” in questo campo), che tra le altre bottiglie del cenone ha deciso di effettuare una “gara” tra due grandissime e storiche etichette.
Per la precisione il confronto è stato tra un FLACCIANELLO DELLA PIEVE 1988 del produttore Fontodi (di questo vino ne avevo raccontato qualche settimana fa’ in occasione di un’altra bottiglia dello stesso anno) e un TIGNANELLO 1990 di Antinori.
Si tratta di due vini che fanno parte dei grandi toscani, tra i più rinomati al mondo, ed entrambi nascono nella zona del Chianti. Il Flaccianello è fatto con 100% di uva sangiovese, mentre il Tignanello è sempre sangiovese ma è tagliato con del cabernet sauvignon (se non ricordo male per circa un 20%).
Tutte e due le bottiglie sono state aperte con discreto anticipo, per dar modo al vino di aprirsi a sufficienza, ma fin dalla prima annusata le sensazioni sono state molto diverse. Non mi soffermo troppo sul Flaccianello, visto che gli ho già dedicato un intero post. Posso comunque dire che si è confermato un assoluto fuoriclasse come ne avevo raccontato la volta scorsa… Eccezionale!!!
Il Tignanello invece ha presentato fin da subito un colore leggermente più scuro e intenso, meno granata, sicuramente dovuto al cabernet.
Al naso ha immediatamente fatto salire aromi intensi e fruttati, con prevalenza di mora matura e viola, ben sostenuti da speziature e una nota che ricordava il cioccolato fondente di sottofondo. Per niente aggressivi, tutti questi sentori erano perfettamente amalgamati in un delicato e elegantissimo bouquet.
Mi aspettavo sinceramente un’evoluzione più marcata nel tempo, e invece col passare dei minuti si è rafforzata la gamma appena indicata, ma senza effettive variazioni nel contenuto. Invece il Flaccianello ha mostrato un’evoluzione ben più evidente, esattamente come descritto la volta scorsa.
In bocca il Tignanello ha confermato l’eleganza e la morbidezza di tannini che gli è leggendaria, con il cabernet a dare un lievissimo finale erbaceo, ma davvero appena percettibile. In prevalenza la mora e le spezie hanno danzato sulla lingua senza che vi fosse il minimo accenno di astringenza o di asprezza. Anche in questo caso però, i sentori iniziali si sono mantenuti nelle stesse proporzioni fino alla fine della bottiglia, quasi un’ora e mezza dopo, con poca evoluzione, pur senza mostrare difetti. Il flaccianello invece ha anche in questo caso mostrato un’evoluzione temporale evidente, lasciando prevalere all’inizio spezie e tabacco e successivamente la frutta rossa, per tornare infine allo speziato.
Due vini molto diversi insomma, con differenze che sono state rese ancora più evidenti in vini così “vetusti”, rispetto a quelle che si sarebbero evidenziate dopo pochi anni dall’imbottigliamento.
Non me la sento di definire un vero vincitore, entrambi sono stati all’altezza della grande fama che li riveste… semplicemente sono stati… differenti.
Potrei rivelare a gusto personale quale sia stato “tecnicamente” migliore (forse è intuibile dal mio racconto), ma non sarebbe corretto… buonissimi entrambi.
Ho sempre sottolineato l’importanza degli anni di maturazione in bottiglia di alcuni vini importanti. Non mi era però mai capitato di assaggiare un Nero d’Avola di oltre 10 anni, quindi averlo trovato negli scaffali di un enoteca mi ha immediatamente spinto all’acquisto (e conseguentemente all’assaggio). Ancora di più considerando che si tratta di una delle etichette più rinomate dell’enologia siciliana, ovvero il Nero d’Avola DUCA ENRICO 1997 dell’azienda Duca di Salaparuta.
La mia speranza era quella di trovare un vino decisamente evoluto, con tutti i famosi “terziari” a far da compagnia agli aromi tipici del vitigno, ma c’era pure il rischio di trovare un vino ormai “caduto”… Invece è andata bene… Anzi, molto bene.
Per chi non frequenta la materia, i “terziari” sono profumi e gusti che vengono dati al vino da sostanze che si formano spontaneamente durante gli anni di riposo in bottiglia. Questo processo è dovuto principalmente alla micro-ossigenazione che avviene negli anni attraverso il tappo di sughero, la quale fa combinare l’ossigeno con le sostanze “minori” derivate dalla vinificazione dell’uva creando piccolissime quantità di alcoli superiori, eteri, esteri, e altre sostanze ancora, molto aromatiche che danno profumi differenti a seconda della loro presenza.
Dal bicchiere mostra un rosso rubino carico con bei riflessi granata, come effettivamente deve essere in un Nero d’Avola di quest’età, discretamente limpido.
I profumi sono intensi e complessi: partono dalla frutta rossa matura, in prevalenza mora e prugna matura, ma arrivano ad un possente aroma speziato, di tabacco e caffè. Davvero variegata la gamma di sentori che arrivano alle narici, che intraprendono un piacevole “balletto” per far prevalere ora un sentore e ora un altro.
Al gusto mostra i suoi muscoli, con una struttura potente ma mai aggressiva, anzi con una discreta morbidezza che rende questo vino davvero di beva piacevole. Prevalgono in bocca le note di tabacco e di caffè tostato, poi un sottofondo di mora e ribes, di grande complessità e con un finale nel quale ho avvertito anche una lievissima nota balsamica.
Un gran bel vino, importante e complesso, giunto probabilmente all’apice della sua potenzialità. Se ne trovate una bottiglia in qualche enoteca o in qualche ristorante ben fornito, non lasciatevela scappare perché secondo me tra qualche anno non donerà più emozioni così piacevoli (anche se, ahimè, non costa proprio pochino…).
Il sovrano dei vitigni umbri è senza dubbio il Sagrantino di Montefalco, un'uva che di solito dona vini possenti e tannici, ma se il vignaiolo riesce a trovare il giusto equilibrio in questi aspetti un po' austeri, ne può uscire un prodotto eccezionale.
E' proprio il caso del Sagrantino di Montefalco ARQUATA 1999 del produttore Adanti, soprattutto per il prezzo che costa in enoteca (meno di 20 euro).
Gli anni passati in bottiglia mi hanno fatto pensare che fosso proprio giunto alla maturazione perfetta per essere provato e così è stato! Nel bicchiere si è presentato di un bel rosso vivo con una tendenza al granato discretamente presente.
Al naso ha mostrato grandi ed eleganti profumi di frutta rossa, soprattutto marasca e prugna; una bella nota speziata (data dalla maturazione) ha immediatamente seguito i primi sentori. Buona l'intensità dei profumi, senza risultare aggressiva, ma il meglio di sé l'ha mostrato all'assaggio.
Mi aspettavo un vino potente, tannico e astringente... e invece ne è uscito un vino elegantissimo, morbido e fresco, con una potenzialità di evoluzioni future davvero enorme. Anche qui ha prevalso la frutta rossa anche qui accompagnata da una nota speziata, proprio come nei profumi provati immediatamente prima. Incredibile la delicatezza dei tannini, poco percettibilie direi addirittura "sfuggente". Ecco... forse di questo aspetto sono rimasto leggermente sorpreso negativamente, nel senso che esula un po' dalle caratteristiche tipiche dell'uva Sagrantino, ma nel complesso del prodotto finale direi che "va bene anche così".
Purtroppo nell'enoteca in cui lo avevo acquistato hanno terminato l'annata 1999... pazienza, ho prontamente preso la 2001, che assaggerò quanto prima per un confronto ravvicinato.
A mio giudizio esclusivamente personale, ci sono delle portate che hanno un abbinamento quasi “d’obbligo”, perché le caratteristiche combaciano a tal punto che non vale nemmeno la pena di sperimentare combinazioni diverse. Quindi se mi chiedete quale vino sceglierei per una orata al forno, la mia risposta è quasi automatica: “un verdicchio dei castelli di Iesi”, un ottimo bianco marchigiano.
Quindi, qualche sera fa’, in occasione proprio di questo piatto, abbiamo stappato quello che ritengo il migliore della sua tipologia, ovvero il Verdicchio dei Castelli di Iesi Riserva VILLA BUCCI 2005, dell’ottimo produttore Bucci. Pensate che il titolare di questa cantina è consulente di marketing e docente all’università di Milano, ma produce vino e olio nelle Marche per pura e vera passione… e si vede!
Di questo prodotto ho già avuto modo di assaggiare diverse annate, direi tutte quelle che sono uscite in commercio, perché (badate bene!!!) nelle cattive annate questo vino non viene proprio messo in commercio; grandissimo segnale di serietà e di alta qualità.
Questo 2005 si presenta di un bel giallo paglierino carico e limpido, come infatti ci si deve aspettare da questa tipologia di prodotto.
Appena si avvicina il naso al bicchiere inizia la danza dei profumi fruttati e floreali, tra cui emergono imperiosamente i frutti a pasta gialla, e principalmente la pesca, ma anche una bella nota amandorlata, appena percettibile e davvero elegante.
In bocca colpisce per la struttura e la sapidità, molto presenti ma senza eccedere. Si confermano i sentori di frutta a pasta gialla e una vena di dolcezza accompagnata da una discreta acidità. Eccezionale la “dosatura” del legno, che non fa emergere alcuna sensazione vanigliata, ma rende questo vino rotondo al palato, senza spigolature. Il finale è lungo e piacevole, mantenendo il sentore di pesca già sentito all’olfatto.
Non c’è che dire… i vini fatti bene non deludono mai.
Il barolo è uno dei vini più blasonati al mondo e questa fama l’ha guadagnata negli anni a suon di prodotti di livello a dir poco “spettacolare”. Non a caso, nei commenti di qualche post fa’, avevo indicato come il mio “preferito di sempre” proprio uno di questi vini, grandissime dimostrazioni delle potenzialità dell’uva nebbiolo.
Negli anni, anche le tecniche di produzione di questo vino hanno subito sperimentazioni e innovazioni, che hanno portato a risultati più o meno positivi (in certi casi ci si addentra poi nei meandri dei gusti personali); è comunque fuori discussione che, quando ci si trova davanti ad un barolo fatto secondo tradizione (quindi senza l’impiego delle famose barrique, ma solo con utilizzo di “botti grandi”), ci si deve aspettare un prodotto di grande levatura.
E questo lo ha decisamente confermato il barolo VIGNA RIONDA 2001 del produttore Anselma di Serralunga d’Alba. Un vino complesso ed elegantissimo, che ha decisamente surclassato un altro barolo del 2001, di un produttore che qui non nominerò e che abbiamo degustato “in parallelo” (badate bene, anche quest’ultimo si è dimostrato un buon vino, ma comunque non al livello del protagonista di questo post).
Il nostro Vigna Rionda, appena versato nel bicchiere, ha mostrato la sua bellissima veste di color rosso rubino limpido, viva e per niente cupa, come infatti ci si deve aspettare da un vino prodotto con il 100% di uva nebbiolo.
All’inizio, poco dopo l’apertura i profumi erano molto chiusi, quasi celati dietro ad una cortina di cuoio e tabacco… poi col passare dei minuti c’è stata un’evoluzione incredibile verso la ciliegia e il lampone, sempre contornati da spezie e tabacco con un’eleganza e una finezza incredibile. Sembravano quasi accarezzare le narici e stuzzicare la salivazione nell’attesa del primo sorso.
In bocca si è mostrato vellutato e rotondo, nessuna sbavatura e soprattutto nessuna nota vanigliata che prevaricasse gli altri gusti. I tannini sono stati leggeri e astringenti giusto un poco solo nel finale del sorso; i gusti predominanti sono stati anche qui la marasca e il lampone, ben accompagnati da una fresca dolcezza e da lieve retrogusto affumicato.
Quello che mi ha particolarmente sorpreso è stata l’evoluzione man mano che passavano i minuti, la predominanza nei profumi che si è spostata dal cuoio, alle spezie e infine alla frutta matura. Le sfumature e le note appena percettibili lo hanno davvero reso un vino di grande complessità, che si è mostrato austero e scorbutico all’inizio, ma dolce e elegantissimo poco dopo.
Sarei curioso di riassaggiarlo tra qualche anno, perché a mio avviso potrà avere ulteriori evoluzioni positive nel tempo…
Il miglior abbinamento con i formaggi stagionati è senza dubbio l’Amarone della Valpolicella, per il suo gusto intenso e concentrato e per la “potenza” delle sensazioni gusto-olfattive che comunica.
L’occasione di una cena proprio a base di formaggi (per la precisione gli stagionati erano un Val di Fassa fatto in malga, un Vezzena stravecchio e un provolone di vecchissimo invecchiamento, quasi da grattugiare) ci ha fatto stappare proprio l’Amarone della Valpolicella CAMPO DEI GIGLI 2003 della Tenuta Sant’Antonio.
Devo premettere che l’amarone è un vino da lungo invecchiamento, e provare oggi un 2003 significa sicuramente non avere il meglio da questo prodotto, ma è anche vero che gli amaroni più datati che abbiamo in cantina sono decisamente pregiati e meritano un occasione un po’ più speciale per essere aperti.
Intanto devo confermare che fin dal bicchiere, il Campo dei Gigli mostra un viola scuro quasi impenetrabile, d’altronde non potrebbe essere diverso da un vino composto in larga parte da un’uva che si chiama “Corvina”.
I profumi sono caldi e polposi; si sente abbastanza l’alcool (d’altronde con i suoi 16% è inevitabile), ma è tranquillamente surclassato da intensi folate di prugne secche e confettura di amarene. Mostra anche una lieve speziatura nel finale dell’olfatto, ma è al gusto che queste emergono decisamente, ben rafforzate da sensazioni di ciliegia matura e da una nota di dolcezza molto piacevole. Mancano purtroppo le note evolutive dei grandi amaroni di 10 anni di invecchiamento, ma la potenzialità ce l’ha sicuramente anche questo prodotto.
Manca un po’ in eleganza… l’intensità del gusto è forse un po’ eccessiva, cosa sicuramente dovuta all’annata estremamente calda e secca che quell’anno non ha risparmiato nemmeno i vigneti del veronese, però tutto sommato la forte concentrazione, il calore dell’alcool e l’intensità dei gusti lo hanno reso un buon compagno dei formaggi che avevamo a tavola, decisamente saporiti.
Provateci!